#13 Speciali TFI | Cinema e Metaverso: il tempo si fa spazio

#13 Speciali TFI | Cinema e Metaverso: il tempo si fa spazio

Marzo 2026

Il confine tra archivio storico e sperimentazione futura è fluido: dal 19 al 21 marzo 2026 la città digitale immaginata dal progetto VERSE – Creare reti nel metaverso ospita NEXT STAGE – VERSE Festival for Arts in the Metaverse, un festival che trasforma il metaverso in una "città delle arti" vibrante e partecipativa.

Tra gli eventi in programma, una riflessione profonda sul tempo e sul linguaggio cinematografico. Al centro della giornata del 19 marzo, l'evento "Sguardi in progress" riapre l’archivio del Sguardi Altrove Women’s International Film Festival, creando un ponte inaspettato tra il 2016 e il 2026.

Grazie a onLive di Fondazione Piemonte dal Vivo, abbiamo intervistato in merito Susanna Bandi, Stefano Conca Bonizzoni e Lorenza Sacco (Officine Creative dell'Università di Pavia), per farci raccontare come il metaverso possa diventare uno strumento paradossale: non un luogo di consumo rapido e neanche solo testimonianza, ma un dispositivo immerso che è spazio per rallentare e approfondire la visione, trasformando lo spettatore da osservatore passivo a "presenza attiva" all'interno della narrazione: il metaverso evita l’effetto vetrina, spostando il risultato dalla sola celebrazione del passato alla sua rimessa in circolo come un processo ancora aperto.

Dalla riscoperta del cinema turco e dei diritti umani alla centralità di Chantal Akerman — oggi consacrata dal canone ma ancora capace di sfidare le convenzioni — NEXT STAGE ci invita a varcare una soglia dove il cinema non si limita a essere guardato, ma chiede di essere attraversato.

Da dove nasce l’idea di mettere in relazione il 2016 e il 2026? C’è qualche connessione con il recente revival nostalgico del 2016?

L’idea nasce lavorando concretamente sull’archivio di Sguardi Altrove Women’s International Film Festival, non da una spinta nostalgica. Riguardando i materiali del 2016 ci siamo accorti che molte questioni che oggi percepiamo come urgenti erano già lì, ma in una forma ancora in divenire.
Il revival nostalgico del 2016, che si vede oggi soprattutto online, tende a restituire un’immagine compatta e rassicurante di quell’anno. Il nostro lavoro fa quasi l’opposto: non ricostruisce il 2016 come “epoca”, ma lo riapre come processo. Il metaverso, in questo senso, ci serve proprio a evitare l’effetto vetrina: non celebriamo quell’edizione, la rimettiamo in circolo, la rendiamo di nuovo attraversabile attraverso un dispositivo dialogico in un momento in cui la parola “digitale” è spesso associata a consumo rapido e iper stimolato. La nostra idea è inverce quella di provare a usare il metaverso per rallentare, per approfondire la visione e per mettere in relazione tempi diversi.

Perché proprio il 2016? È un punto di partenza o un punto di arrivo?

Il 2016 è un passaggio interno alla storia del festival in cui alcune linee erano già molto chiare: il lavoro sui diritti, l’attenzione alle cinematografie non occidentali, e una riflessione forte su autrici come Chantal Akerman. Non è un anno “mitico”, ma un punto in cui queste traiettorie si rendono visibili. Guardandolo dal 2026, diventa interessante perché permette di capire cosa è davvero cambiato e cosa invece è rimasto in sospeso. Più che un’origine o una conclusione, è una soglia che oggi possiamo rileggere con maggiore consapevolezza. Il metaverso ci permette di lavorare proprio su questa soglia temporale: non semplicemente rivedere dei film, ma rileggerli alla luce di ciò che è accaduto in questi dieci anni, trasformazioni profonde, ma anche sorprendenti permanenze.

Quali vicinanze e differenze emergono tra le due annate?
La cosa più evidente è che i temi sono rimasti: diritti, rappresentazione, geografie del cinema. Non sono scomparsi, anzi, si sono fatti più complessi e in alcuni casi più urgenti.

Quello che cambia è il modo di lavorarci. Nel 2016 molti film avevano una forza legata alla testimonianza, alla necessità di portare alla luce certe storie. Nel 2026, senza perdere questa dimensione, c’è una maggiore attenzione al linguaggio e al dispositivo: il cinema non si limita a raccontare, ma mette in discussione come racconta, e spesso esce dallo schermo, entrando in spazi installativi o immersivi come questo.

Che tracce del 2016 si ritrovano nel 2026? Il cinema riflette su se stesso?
Nel 2026 ritroviamo molte delle intuizioni del 2016, ma trasformate. Alcune si sono consolidate, altre si sono radicalizzate, altre ancora si sono disperse.

Sicuramente oggi è più evidente una riflessione sul mezzo. Il cinema che vediamo oggi, anche dentro il festival, è più consapevole dei propri limiti e li mette in gioco, spesso contaminandosi con altri linguaggi. Il passaggio al metaverso non nasce quindi come rottura, ma come estensione di questa tendenza: portare il cinema in uno spazio in cui può essere attraversato, non solo guardato.

Quanto può cambiare la fruizione di opere di un altro tempo quando vengono mediate da nuove tecnologie?

Le nuove tecnologie non cambiano tanto l’opera, quanto il contesto in cui viene vissuta. Un lavoro audiovisivo nato per uno schermo può diventare parte di uno spazio immersivo, dove lo spettatore non è più solo osservatore, ma presenza attiva. Questo permette di riscoprire opere recenti con uno sguardo diverso, mettendole in relazione con nuovi ambienti e modalità di partecipazione.

Come interagiscono tra loro i medium nella costruzione di questa esperienza?

L’esperienza nasce dall’incontro tra diversi linguaggi: architettura virtuale, audiovisivo, interazione e dimensione performativa. Lo spazio nel metaverso organizza il percorso e suggerisce relazioni tra le opere, mentre i video e i cortometraggi costituiscono il nucleo narrativo. A questo si aggiunge la presenza degli utenti e dei momenti guidati, che trasformano la visione in un’esperienza condivisa.

Come è stato costruito l’evento del 19 marzo?

L’evento del 19 marzo nasce come un attraversamento guidato della mostra “Sguardi in progress: l’archivio nel metaverso (2016–2026)”, che riprende e reinterpreta l’edizione 2016 del Sguardi Altrove Women’s International Film Festival. Il percorso nel metaverso rilegge quel programma a dieci anni di distanza, riattivando tre direttrici centrali: i diritti umani, la filmografia di Chantal Akerman e il focus sul cinema turco.
Durante l’evento live il pubblico partecipa a un tour guidato all’interno delle sale espositive e dell’auditorium virtuale, dove materiali d’archivio, immagini e testi costruiscono un percorso immersivo nel tempo. L’esperienza si conclude con la proiezione del cortometraggio The Trials (2025) di Marta Massa, creando un dialogo tra l’archivio del festival e uno sguardo contemporaneo. L’obiettivo è trasformare l’archivio in uno spazio da esplorare, dove il passato viene riletto attraverso le tecnologie e le sensibilità del presente.

Come cambia il modo di parlare a un pubblico attraverso esperienze che mettono in relazione audiovisivo e arti performative?

Le tecnologie immersive stanno trasformando il pubblico da spettatore a partecipante. Quando audiovisivo e arti performative si incontrano in ambienti digitali condivisi, il racconto non passa più solo attraverso uno schermo ma attraverso uno spazio da attraversare. Questo apre nuove possibilità narrative e crea forme di fruizione più collettive e interattive.

Nel 2016 si sarebbe mai pensato che Akerman avrebbe potuto scalare la classifica di Sight & Sound come autrice del miglior film di tutti i tempi, “Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles”, come è successo nel 2022? Nel 2026 possiamo vedere a questo riconoscimento come a qualcosa di “normale” oppure ne vediamo ancora la fortissima spinta di novità e sorpresa?

Nel 2016 sarebbe stato difficile immaginare che “Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles” potesse diventare il “miglior film di tutti i tempi” secondo Sight & Sound. Pur essendo già considerato fondamentale da una parte della critica, il lavoro di Chantal Akerman veniva spesso percepito come radicale e marginale: un’opera austera, lenta, apprezzata soprattutto in ambito cinefilo e distante dal canone dominante. Proprio per questo, il suo primo posto nella classifica del 2022 aveva rappresentato una netta rottura rispetto alla tradizione.
Oggi, nel 2026, questa rottura è stata in parte assorbita, ma non del tutto. Il film è senza dubbio più centrale rispetto al passato: viene discusso, studiato e riscoperto anche da nuove generazioni di spettatori, e la sua importanza appare sempre più evidente nella storia del cinema. In questo senso, il suo primato ha avviato un processo di “normalizzazione”, entrando in un canone più ampio e inclusivo. Tuttavia, continua a conservare una forte carica di novità e sorpresa: Jeanne Dielman resta infatti un’opera radicale ed esigente, capace di mettere alla prova lo spettatore e di sfidare ancora oggi le convenzioni narrative e visive.

 

VERSE è un progetto finanziato nell’ambito del PNRR – NextGenerationEU realizzato daFondazione LINKS, Fondazione Piemonte dal Vivo e AssociAnimazione.